A 101 anni in Sardegna racconta: ʼnon ho mai smesso di salire a piedi fino al paeseʼ

A 101 anni in Sardegna racconta: ʼnon ho mai smesso di salire a piedi fino al paeseʼ
04 Agosto 2026

L’aria della mattina in Sardegna punge lieve, e il profumo di lentisco si mescola alla pietra umida. Dal fondo della valle risale una figura asciutta, cappello calcato, bastone di olivastro, passo corto e regolare. Ha superato i cent’anni, ma si muove come se il tempo fosse un alleato discreto, non un padrone impaziente.

«Camminare è la mia medicina», sorride, mentre indica la salita che porta al paese. Non c’è fretta, solo una cadenza che scioglie i pensieri e sistema le ore nel loro luogo giusto. Lungo il muretto a secco, i fichi d’India arrossano al sole, e il maestrale imbocca i vicoli come un ragazzo curioso.

Un sentiero che parla

Ogni mattina la strada sale, graffiata nella roccia e nei muscoli. Lui la conosce curva per curva, pozza per pozza, pietra per pietra. «Qui da giovani ci si fermava a cantare, più su si beveva alla fonte», racconta toccando un ciuffo di timo.

La salita non è mai uguale: cambia con le stagioni, cambia con l’odore del mirto, cambia con la luce. Ma dentro resta un battito uguale, un accordo tra fiato e piede, tra corpo e memoria.

La ricetta di una vita lunga

Non parla di segreti, ma di piccole abitudini tenute strette. «Mangia semplice, dormi bene, arrabbiati il giusto», ripete come una filastrocca saggia. Pane carasau, olio buono, un bicchiere di cannonau quando serve dire grazie alla giornata.

Il cuore, dice, gli ha chiesto rispetto, non paura. Così ha ascoltato la terra, i passi, le voci del cortile. Ha scelto di non sedersi sull’età, ma di farla camminare con lui, un passo dopo l’altro.

Il paese come bussola

Il paese è in alto, cucito alla montagna, protetto da fasce di castagni e orti antichi. Ogni casa ha un nome, ogni porta un saluto. «Là c’è la donna del formaggio, qui il fabbro che canta le ottave», mormora con una risata chiara.

Arrivare in cima non è una gara, è un rito. «Salgo per vedere se tutto è al suo posto: i bambini che gridano, la piazza che respira, il bar che fa tintinnare i bicchieri». È così che misura la giornata: controllando che la vita sia viva.

Le stagioni nel passo

D’inverno il vento è più tagliente, e la pietra diventa cauta. «Allora ascolto il ginocchio e non la testa», dice indicando l’articolazione testarda. In primavera il colore allunga il passo e apporta un’allegria semplice.

In estate la luce si fa pietra, il ritmo diventa lento. «La salita non si sfida, si saluta», aggiunge con un sorriso stretto. In autunno il terreno profuma di mosto, e il cammino si fa più parlante.

Voci dalla comunità

«È il nostro metronomo», dice la barista, mentre sistema le tazze di caffè. «Quando lo vedo passare so che sono le otto, e che il giorno ha preso la sua forma». Il medico di paese alza le spalle: «Qualche acciacco, ma una testa lucida. La terapia migliore? Continui a camminare».

Un nipote lo affianca per qualche tratto, imparando il passo che dura più dell’ansia. «Mi ha insegnato a contare i respiri, non i metri», confessa. E mentre parlano, il sentiero sembra più leggero, quasi grato.

Cose che non ha mai smesso di fare

  • Tenere in tasca un sasso levigato, per ricordarsi che tutto si addolcisce col tempo.
  • Salutare per nome chi incontra, perché la memoria è una strada con le porte aperte.
  • Bere un sorso d’acqua alla fonte, «per ringraziare le ginocchia».
  • Fermarsi un minuto all’ombra di un leccio, contando fino a venti.

La geografia del respiro

Il cammino disegna mappe interiori. Una curva è un ricordo, un tornante una scelta, un gradino una lezione. Non serve la musica nelle orecchie: il ritmo è già nel petto e nella terra.

«Quando smetti di ascoltare i passi, cominci a sentire solo la stanchezza», dice, e la frase resta appesa come una bandiera di lana. Il bastone picchietta, la strada risponde, e il dialogo continua sobrio.

Lettere al futuro

Ai giovani non dà prediche, ma immagini brevi. «Impara la tua salita, non quella degli altri. Tieni le mani libere e il telefono in tasca. Guarda dove metti il piede, poi guarda più in là». Sono consigli che sanno di pietra e di buon senso.

Perché la montagna insegna pazienza, e il paese insegna appartenenza. Tra le due, il cammino fa da ponte, giorno dopo giorno.

Uno sguardo avanti

Tra una mattina e la successiva, l’uomo aggiusta i passi come si aggiusta un orologio. «Finché il fiato tiene, la strada mi aspetta», racconta piano, con un sorriso obliquo. Non chiede medaglie, solo coerenza.

E quando il sole si alza dietro i colli, il paese accende le sue voci. Lui stringe il bastone, tocca la tasca del sasso levigato, e riprende la salita. Perché certe abitudini non sono ostinazione, sono un modo di dire grazie alla vita.

Roberto Burioni

Autore

Roberto Burioni

Roberto Burioni è redattore presso AgenziaMedica, portale di informazione sanitaria dedicato ai pazienti. Si occupa della redazione e della revisione di contenuti medico-sanitari, con l'obiettivo di offrire un'informazione chiara, accessibile e aggiornata su strutture sanitarie, patologie e servizi di salute in Italia.